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Canzone del disordine
Canzone del disordine di Andrea Valcic - Il Gazzettino ..
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Canzone del disordine Recensioni Canzone del disordine Recensioni
Libro: Canzone del disordine Canzone del disordine
Da: Mauro Daltin
Data: Monday 21 November, 2005
Recensione:

Canzone del disordine

di Nicola Cossar - Il Messaggero Veneto

«Il tempo si è fermato in via Mantica. Iddio non si è fermato mai». È il verso di una canzone assolutamente non celebre scritta negli anni Settanta con un linguaggio ironicamente contro, figlio di un movimento ideale-ideologico che a Udine aveva due poli fluttuanti: la Librera, il bazar delle idee di via Castellana, e il centro sociale comme il faut di via Micesio. Mondi lontanissimi, oggi, e mondi che riscopriamo chi con stupore, chi con nostalgia, chi con dolore. Mondi nostri però, in tante forme e per tanti motivi. Mondi che tornano con il prepotente affetto della memoria in Canzone del disordine, sorprendente romanzo, edito da Kappa Vu, con cui Rocco Burtone, popolarissimo e arguto agitatore cultural-musicale udinese, ci fa rivivere, tra carezze e pugni nello stomaco, le utopie in terra, i sogni di lotta, le guerre d’amore, il suono delle idee di una generazione che ha perso ma non si è persa.
Parliamo di un romanzo, l’abito che riveste la storia. Un torrente narrativo lontano da estetiche e crusche, passionale, sanguigno, incazzato, agrodolce, sconclusionato, un post beat da strada in cui il barbone, il marxista, l’anarchico, il poeta pazzo e il musicista si tengono per mano e ti conquistano. Un romanzo in cui Rocco fonde con intelligenza l’invenzione e la cronaca, la memoria e l’utopia, usando tinte e registri diversi (dalla tenerezza fanciullesca all’hardcore bukowskiano, passando per la rigorosa suspense del giallo fernandeo) e soprattutto idee-idee-idee che ti costringono a leggere Canzone del disordine fino all’ultima parola: «Fernando».
Aspettando la presentazione ufficiale (il 24 marzo alla Casa del Campo), diciamo intanto che, dopo aver fatto l’alba leggendo febbrilmente il manoscritto, per noi questo è il romanzo dei doppi: del doppio Rocco (Iano, il protagonista narrante, e... Rocco visto come terza persona); del doppio intellettuale combattuto tra il placido e immoto mondo dell’insegnamento e la bellicosa militanza politica; del lavoro nel mondo dell’arte (teatro per bambini) e dell’anonimo tran tran quotidiano (impiegato in un negozio di strumenti musicali); delle donne (amore e sesso talvolta si incontrano, anche se per soli due minuti...); degli amici che si trovano e si perdono per le impervie strade della vita. Un doppio sublime tra vero e falso che è l’ipnotico collante narrativo. Un copione in cui scorrono (alcuni costretti a un ruolo che in verità non ebbero) tanti amici comuni, da Kalì (Calogero Mannarà) a Piermario Ciani, da Marcello Delli Zuani a Toni Zanussi, da Roby Colella a Valter Colle, da Piergio a Igi Capuozzo, da Albertino a Claudio Pacifico, da Ursino a Riccardo Bosio, ad Andrea Valcic. E su tutti, immenso, Ugo Vat, il poeta dannato.
Ugo Vat, un grande dimenticato che se n’è andato da qualche anno, era un generoso folle della vita, sospeso sull’invisibile filo che separa il genio dalla piattezza di un mondo anonimamente allineato, globalizzato come si direbbe oggi. Ugo è il vate del Salto dell’elefante con Bima, il Vat detective e filosofo, il Vat che vomitava versi a metà strada fra l’Owl di Ginsberg e il Primal scream di Janov. Narrando di lui, in fin dei conti con grande affetto, Rocco paga per tutti noi il debito che molti avevamo con l’autore di Andare al cimitero di Leproso, unico libro di poesie che ci ha lasciato (con un’incredibile e stroncante prefazione di David Maria Turoldo!). «Ugo sei pazzo?» gli chiede Iano nel romanzo. E lui (nel romanzo, ma anche nella realtà): «Così si mormora. Sono pazzo perché voglio esserlo. La pazzia è l’unica possibilità che ho di non uscir di senno. Mi permette di essere me stesso e vivere fuori di me. Io godo a sorprendere gli altri, a spaventarli. A dichiarare il mio essere diverso. Se voglio salvarmi devo trovare una dimora nella psiche che mi allontani dalla vostra concretezza. La vostra società mi rende inane, incapace di gestire le mie potenzialità poetiche».
Poeti. Come i maestri della Beat generation che, dopo il memorabile spettacolo allo Zanon (era il 1979 e Valter Colle lo ha riproposto recentemente in dvd) furono ospiti della Librera, dove mangiarono polenta, brovada e minestrone con i nostri eroi: le foto ci mostrano Ginsberg, Orlowski, Corso, Julian Beck e Judith Malina e Fernanda Pivano in questa tana della cultura alternativa friulana di cui la grande Fernanda scrisse anche sul Corriere della Sera. Insomma, un magma esistenziale e creativo, contiguo alla politica, che circolava nell’underground di una Udine città borghese senza volto (per loro, naturalmente), una Udine che è la grande esclusa da questo fragile e impermeabile mondo di utopia dei Settanta. Un mondo anche concreto, come la spedizione in piazza Primo maggio per dare botte ai fascisti che... non c’erano. O come il leggendario viaggio in Ami 8 a Bologna per la manifestazione dei 200 mila, dove incontrano Lolli, Fo, Sofri, Cafiero, Scalzone, dove le grida si riaccendono alla morte di Lo Russo, alla chiusura di Radio Alice.
Ma è soltanto un libro di avventure ideal-politiche, con qualche licenza di... romanzare? No, è anche un libro che pone domande sulle scelte della vita del protagonista, sul cosa farò da grande, diviso tra Roma e il Friuli, tra il lavoro vero di teatrante per bambini con Franco Nicoletti, Vittorina e Nino Bixio Lanfredi (personaggi reali) e l’effimera indigestione di ideali al ritorno nei ranghi libertari e musicali che... non ti sfamano. E poi l’incontro con l’amore. Ma quale amore? Quello per Anna che lo ha lasciato o quello per la misteriosa e conturbante Adelina che lo riporta alle radici dell’esistenza in Grava a Spilimbergo, fatato mondo povero dove «non puoi soffrire di ciò che ti manca se manca a tutti e se tutti ti sono vicini»?.
Ci rendiamo conto che qui non possiamo raccontarvi il libro (impresa impossibile per chiunque), ma possiamo dirvi che l’energia, il colore e il suono dei piccoli eroismi di quegli anni urlanti sono imprigionati nel cd allegato al libro: 17 pezzi, che partono con Colella, per lasciare spazio a Rocco in concerto e a due stupende perle di un Ugo Vat («Do what you want!») più vivo che mai sul palco della Librera, quel circolo libertario con libri, vestiti usati, dischi e con un improbabile ristorantino che se ne sono volati via nella nebbia del tempo. Canzone del disordine, nelle idee e nello stile, nella memoria e nell’invenzione, ce li fa rivivere, con affetto e, in fin dei conti, con gratitudine.

Votazione: 5 di 5 Stelle!! [5 di 5 Stelle!!]

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