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| LA DISSOLUZIONE DEL POTERE. Il partito comunista sloveno e il processo di democratizzazione della repubblica Recensioni |
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| Libro: LA DISSOLUZIONE DEL POTERE. Il partito comunista sloveno e il processo di democratizzazione della repubblica |

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| Da: LA REDAZIONE |
| Data: Tuesday 28 October, 2008 |
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| Recensione: |
RECENSIONE a cura di: OSVALDO SANGUIGNI
L’autore , un giovane storico italiano, fornisce nel libro una accurata e minuziosa ricostruzione delle vicende che hanno portato alla crisi della Lega dei comunisti jugoslavi, del Partito comunista sloveno ed alla nascita della repubblica indipendente di Slovenia nel 1992. Nel corso dell’analisi egli si sforza di dare una risposta ad alcune domande fondamentali riguardanti il ruolo del partito comunista sloveno, della Lega dei comunisti nel processo di democratizzazione che ebbe luogo in Slovenia negli anni ottanta e di metterne in luce alcune particolarità. Tra queste annovera il fatto che in questa repubblica la progressiva democratizzazione della società è avvenuta in un arco di tempo abbastanza lungo, a differenza di quanto è avvenuto in altre repubbliche della ex Jugoslavia. A quanto sembra di capire uno dei meriti dei comunisti sloveni è consistito nell’opporsi ai tentativi di centralizzazione del paese messo in atto dalla presidenza federale e nel negare l’esistenza di un “popolo” jugoslavo, concetto a suo avviso creato ad arte.
Lusa indica che per comprendere i processi di dissoluzione della Jugoslavia occorre partire dalla centralità che , a un certo momento, hanno assunto almeno tre questioni: quella nazionale ( in particolare, il rapporto tra Centro e repubbliche) , quella del modello di economico di sviluppo ( autogestione) e quella del regime politico ( in particolare, la crisi del comunismo jugoslavo). Aspetti assai importanti della questione nazionale sono stati il contrasto tra le tendenze centralizzatrici e quelle che si potrebbero definire centrifughe di alcune delle repubbliche ma , forse, soprattutto i rapporti tra le varie nazionalità che componevano il mosaico jugoslavo. Lusa scrive dei tentativi di “serbizzare “ la Slovenia mediante il trasferimento in questa repubblica di un numero consistente di lavoratori serbi e delle resistenze che gli sloveni hanno opposto a ciò che chiamavano “serbismo”. Qualcosa del genere era avvenuto in URSS nelle repubbliche baltiche, nel Kazxakhstan e in altre repubbliche. Ad esempio, nelle repubbliche baltiche nel giro di alcuni decenni successivi alla seconda guerra mondiale la quota di popolazione russa immigrata raggiunse e talvolta superò il 40% del totale degli abitanti. Ma un altro aspetto va tenuto presente per comprendere la crisi jugoslava e cioè il fatto che gli stessi serbi ad un certo punto, come scrive Lusa, cominciarono a sentirsi “vittime della Jugoslavia”. E’ forse soprattutto questo “vittimismo” dei serbi il fattore principale che ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia, che veniva tenuta insieme appunto grazie alla consapevolezza dei serbi di essere la nazione principale , cui spettava il compito di unire attorno a se le altre nazionalità che popolavano il territorio jugoslavo. Anche qui vedo una similitudine coi processi di dissoluzione dell’URSS che si accelerarono fino a diventare inarrestabili proprio quando i russi smisero di considerarsi “il fratello maggiore dei popoli sovietici” e cominciarono a scrollarsi di dosso il fardello delle altre nazionalità che a loro dire vivevano sui sacrifici del popolo russo.
La crisi del modello economico jugoslavo l’ho in qualche misura toccata con le mie proprie mani, se così si può dire, essendomi recato negli anni ottanta più volte in Jugoslavia. Ricordo che nel luglio 1984 giunsi a Belgrado di sera. La città era immersa completamente nel buio: mancava l’elettricità che era stata razionata al massimo a causa della scarsità di combustibile. Per acquistare benzina dovetti fare una fila di oltre due ore sotto il sole bollente di luglio. Molte stazioni di servizio incontrate sulla strada del mio viaggio erano completamente prive di carburante. Come è noto, il modello di autogestione socialista non era condiviso da molti partiti comunisti, in particolare da quello sovietico. Le critiche riguardavano l’impossibilità di attuare la pianificazione centralizzata dell’economia e quindi di un uso razionale delle risorse a livello della Federazione, lo spirito corporativo che l’autogestione infondeva nei lavoratori limitandone in una certa misura la possibilità di avere una visione complessiva dei processi economici e sociali al di fuori delle fabbriche, la ridotta possibilità di indurre le imprese a seguire le indicazioni del piano nazionale prescindendo in parte dagli interessi aziendali, le difficoltà di coordinare l’attività internazionale delle imprese in modo da impedire che ciascuna operasse per proprio conto, la scarsa capacità innovativa delle imprese autogestite , ecc.
Occorre dire che in un certo periodo di tempo il modello di autogestione jugoslavo sembrò vincente ossia sembrò presentare certi vantaggi rispetto al modello sovietico. Ma a un certo momento il modello jugoslavo come quello sovietico entrano in crisi quasi contemporaneamente a fine anni settanta. Si trattò ovviamente di una casualità. Ma cos’è che determinò la crisi di entrambi i modelli? Le resistenze opposte alla innovazione, alle riforme ma soprattutto l’incapacità dei comunisti sovietici, serbi, sloveni ,ecc. di fornire le “ricette” giuste per l’economia. Lusa ( pag. 285 e seguenti) parla del tentativo degli jugoslavi di proporre “un ambizioso progetto di risanamento” volto ad abbattere l’inflazione rapidamente legando il dinaro al marco con un cambio fisso. Il progetto prevedeva il sostanziale blocco dei salari e dei prezzi per 4-6 mesi, la soppressione degli aiuti economici alle imprese e la rinuncia a finanziare il disavanzo della bilancia dei pagamenti stampando carta moneta. Il progetto elaborato da Jeffrey Sachs e David Lipton, venne approvato in pompa magna dall’Assemblea Federale jugoslava nel 1989 ma, nota Lusa, già nella primavera del 1990 fallì. Qualcosa del genere successe in Unione Sovietica nello stesso periodo con i vari programmi di stabilizzazione economica varati dai governi di Rizhkov e Pavlov. Il fallimento del modello economico contribuì in misura forse determinante ad accelerare la crisi dei partiti comunisti e nei rapporti tra le nazionalità. Da questa crisi nacquero da un lato una serie di partiti e dall’altro movimenti nazionalisti autonomi oppure in qualche misura legati ai nuovi partiti. Gli stessi partiti comunisti, a cominciare da quello sloveno, furono costretti a modificarsi, anche cambiando nome ma persero lo stesso consenso. Lusa riferisce nel suo libro, ad esempio, che nella tornata elettorale dell’8 aprile del 1990 la Lega dei comunisti di Slovenia non riuscì a mantenere la maggioranza dato che la coalizione di partiti che le si opponeva raccolse 126 seggi su 140 al parlamento. Poco prima , a marzo,in Unione Sovietica si tennero le elezioni parlamentari e i comunisti pur conservando la maggioranza dei seggi dovettero cominciare a fare i conti con una forte minoranza di deputati del blocco democratico.
Nel 1992 la Slovenia conquistò l’indipendenza. Ma molti si chiesero se dal disfacimento iniziato della Jugoslavia avrebbero tratto vantaggio tutti. Una domanda che , visti gli sbocchi di questa crisi cui abbiamo assistito nel corso degli anni novanta, era legittima. Per quanto riguarda la Slovenia Lusa scrive (pag. 337) che essa “ divenne un’oasi di tranquillità. Lo stato sociale continuò ad esistere, un certo consumismo prese più piede e Lubiana si liberò, molto presto, del suo aspetto jugoslavo, per diventare una moderna e piccola capitale europea. Lo standard di vita cominciò a salire,il gusto diventò più raffinato, il modo di vestire più ricercato. Si iniziarono a costruire strade moderne e i cittadini sfruttarono il nuovo contesto sociale per togliersi gli sfizi che prima non potevano permettersi”. Ma subito dopo aver tracciato quadro forse un pò idilliaco Lusa sottolinea che a fronte dell’arricchimento di certi ceti sociali la riconversione dell’economia fece aumentare sensibilmente la disoccupazione , i cittadini dovettero fare i conti con una “!crescente differenziazione sociale” che però è inferiore a quella che si è avuta in altri paesi ex socialisti. Aggiungo , in primo luogo in Russia dove ha raggiunto limiti insopportabili.
In conclusione, il libro di Lusa va letto perchè è scritto bene e fornisce molte informazioni inedite grazie alla possibilità che ha avuto di consultare gli archivi. Esso è interessante perchè esamina le questioni del PC sloveno, della Slovenia in stretto intreccio non solo con quelle della Federazione jugoslava, il che è normale ma anche con quelle del “mondo socialista” alla ricerca di una terza via che non è stata trovata. La crisi del comunismo, vista sia pure da un angolo visuale ristretto , appare nitida in tutta la sua drammaticità e complessità e nelle conseguenze che essa ha avuto per i popoli della ex Jugoslavia e non solo.
Osvaldo Sanguigni
10 settembre 2008
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