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| VENEZIA GIULIA - La regione inventata Recensioni |
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| Libro: VENEZIA GIULIA - La regione inventata |

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| Da: Il Recensore |
| Data: Tuesday 12 August, 2008 |
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| Recensione: |
Settimanale "La Vita Cattolica" (Ud)- sabato 2 agosto 2008 -CULTURA - pag. 11
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UN LIBRO EDITO DA KAPPA VU PERMETTE DI CONOSCERE IL CONFINE ORIENTALE SUPERANDO STEREOTIPI E PREGIUDIZI
Titolo: LA REGIONE INVENTATA
In «Venezia Giulia la regione inventata», a cura di Roberta Michieli e Giuliano Zelco, un gruppo di studiosi ha raccolto contributi di geografia storica, analisi delle migrazioni delle popolazioni, indagine linguistica, approfondimento sulla attività istituzionali, drammi collettivi e aneliti di libertà che hanno percorso la storia di questa «regione inventata». Il senso della pubblicazione «si costruisce attorno al potere di evocazione o di oblio che può avere un nome».
UN NOME BEN AZZECCATO può fare la fortuna (o la sfortuna) di un prodotto o di una idea, che poi quando si tratta magari di un territorio neppure ben definito come quello del Friuli, può essere fonte di contrasti ed ambiguità di non poco conto.
È questo il caso «Venezia Giulia», termine inventato dal grand'uomo che è stato il goriziano Graziadio Isaia Ascoli, fondatore della benemerita Società filologica friulana, che nell'ambito di una sorta di disputa politico-linguistica tra irredentesti (che pur di negare uno straccio di cultura slava a queste terre, per definire quel territorio si rifacevano al litorale austro-ungarico che ben delimitava il territorio che avevano in mente) e coloro che avevano partorito altre creative definizioni quali regione Giulia, litorale veneto istriano e così via, pensò bene di dire la sua. E la sua fu.
Non è che da parte slovena e croata la denominazione ascoliana avesse ottenuto un qualche entusiasmo: tutt'altro, ovviamente, anche perché in tempi di dominazione austriaca da quelle parti si utilizzava piuttosto il termine «Primoska» o «Primorje» (litorale), e più tardi, quella di «Julijska Benecija».
Il termine, anche nella sua forma aggettivante di «giuliano», fu molto caro al fascismo di quegli anni (e resta vivo ancora oggi, fortunata eredità di quei tempi) per indicare la totalità degli abitanti della regione, anche per cancellare - «nomen est omen» - eventuali rimasugli di altre identità locali.
Un termine del genere, viste le tantissime vicissitudini che hanno interessato queste terre, non poteva che rappresentare un baluardo, un'idea ben più ampia di quella di confine e di uno stacco; di un limite non oltrepassabile, ma proprio per questo gratificante: ora felice per le eredità di vecchie conquiste, ora invece infelice, a causa dell'arretramento (e quindi perdita di terre) dovuto alle alterne fortune della guerra.
Quello che è certo è che ancora oggi il confine orientale d'Italia, eroica sentinella a baluardo del territorio dei tartari, è purtroppo, non solo nella mentalità e nell'immaginario collettivo di chi in queste terre non ci vive sopra, qualcosa di ambiguo, di difficile da capire nella sua complessità.
Ma come è nato questo confine, quali sono le ragioni che lo hanno determinato, le vicissitudini che ha attraversato questa regione, a partire dall'Ottocento per arrivare ai giorni nostri, passando attraverso due guerre mondiali, un trattato internazionale, una costituente repubblicana, il trattato di Osimo e, dulcis in fundo, lo smembramento della Jugoslavia?
È proprio attorno a questo nome geografico e al satellite friulano che in parte lo circonda, e al confine che rappresenta (o, meglio, ai tanti confini che via via ne hanno contraddistinto i limiti), che si sviluppano gli approfondimenti e le riflessioni che un bel gruppo di studiosi tra Trieste e Udine ha realizzato per un volume di recente pubblicazione «Venezia Giulia la regione inventata», a cura di Roberta Michieli e Giuliano Zelco, edito da KappaVu, con una introduzione di Alessandra Kersevan che, illustrando le motivazioni che hanno portato alla edizione del libro, il metodo d'indagine utilizzato ed i problemi affrontati al fine di fornire ai lettori ed agli studiosi materiale per una riflessione «tout court», afferma la necessità di por fine a quella che definisce «manipolazione della storia» da parte di neoirridentìsti e neofascisti, eredi di coloro che sono stati la causa prima di tante tragedie senza dimenticare tuttavia, ad avviso di chi scrive, anche le responsabilità delle altre parti in gioco.
II volume è strutturato in quattro parti: nella prima, che reca i contributi di Piero Purini, Donato Toffoli, Sandi Volk, Sandro Carrozzo, Roberta Michieli e Giuliano Zelco, si traccia un ritratto della Venezia Giulia fino al 1954; nella seconda, dedicata al Friuli ed ai territori contigui, intervengono, oltre ai già citati Michieli e Zelco, anche Licio De Clara, Carli Pup e Giorgio Banchig. Dedicata invece alla nascita della regione Friuli-Venezia Giulia, all'irredentismo triestino, all'azione politica del Movimento Friuli ed alla storia di quel famoso trattino che, a mò di un apostrofo rosa, stava tra le parole «Friuli» e «Venezia Giulia», è dedicata la terza sezione del volume che reca i contributi di Piero Purini, Adrian Cescje e Roberta Michieli. «Nel nome della Venezia Giulia», invece, è il titolo della quarta parte del libro, con interventi di Sandi Volk, Roberta Michieli (che racconta l'emblematica vicenda di un vigneto - un tempo - chiamato Friuli e ora trasformatosi in Vigneto Venezia Giulia), ed una toccante testimonianza di Giuliano Zelco sulla nonna Antonia, esule istriana a Udine dal 1950, che aveva vissuto anche la «persuasione» di un duro e violento fascismo di frontiera. Difficile, se non impossibile dare un quadro almeno indicativo degli approfondimenti, delle riflessioni e delle notizie contenute nei saggi di questo corposo volume che, a quanto risulta, nonostante che in questi tempi non siano mancati riferimenti alla situazione di questa regione, non sembra fin qui aver suscitato quell'interesse e quella discussione che invece meriterebbe.
Eppure, anche sul versante friulano, gli stimoli non mancano di certo, a cominciare dai contributi di Donato Toffoli su «Venezia Giulia: una questione friulana»; di Piero Purini sulla nascita della regione Friuli-Venezia Giulia e quello su «Moviment Friùl e Venezia Giulia», scritto da uno dei protagonisti delle battaglie autonomistiche di quel movimento, Adrian Gescje, del quale è anche l'affermazione che fotografa, in sintesi, il senso del libro «che si costruisce attorno al potere di evocazione o di oblio che può avere un nome». Oblio perché, come annota la Kersevan nella sua introduzione in troppi, compreso anche un certo mondo antifascista, non si ricordano che la causa delle tragedie di queste terre non è stata la pace, ma la guerra, contribuendo così ad una sorta di «cortocircuito della memoria» sulla storia di questi territori; evocazione che invece è necessaria per recuperare la rete di un passato fin qui troppo ambiguamente o interessatamente trattato dalla pubblicistica di tutte le parti in causa.
Per questo il libro si offre al lettore ed allo studioso con contributi di geografia storica, di analisi delle migrazioni delle popolazioni, di indagine linguistica, di approfondimento sulla attività istituzionali, di drammi collettivi, e degli aneliti di libertà che hanno percorso la storia di questa «regione inventata».
Doveroso è fare i conti con la memoria. Doveroso fare un serio esame sulla storia patria, sugli antichi trionfi, sulla venezianità e sulla romanità antica di queste terre, ma anche sul fascismo nel confine orientale; solo così sarà possibile capire la realtà di oggi e costruire quella di domani. E un compito di tutti, questo, non solo degli storici. E per farlo compiutamente bisogna studiare, approfondire, riflettere, cercare testimonianze dirette come fa questo libro. Ormai, la gran parte dei protagonisti delle vicende di quegli anni non c'è più, ma la loro testimonianza, come quella di nonna Antonia della quale parla Giuliano Zelco ci racconta, con la immediatezza di chi ha vissuto quella realtà, come sono andate veramente le cose: «Sotto l'Austria se magnava do volte al giorno. Sotto l'Italia gnanca una», ricordava al nipote nonna Antonia, nata austroungarica e morta austroungarica esule in Friuli.
ROBERTO IACOVISSI
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